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LA DISFIDA DEGLI ERMELLINI E LA SCUOLA FIGLIA DEI RICORDI

Qui i ministri non entrano! Per protesta contro il Governo che "minaccia la sopravvivenza dell'Università" la Conferenza dei Rettori ha chiesto agli atenei di "sospendere ogni invito a membri del Governo a partecipare a significative manifestazioni nelle Università". Sospesa per protesta la riunione dell'assemblea generale. Secondo i rettori, "il contenuto del maxiemendamento della finanziaria dimostra la chiusura e la sordità del governo nei confronti delle esigenze di sola sopravvivenza delle università" e "1.800.000 studenti e migliaia di ricercatori rischiano di pagare sulla loro pelle il peso delle decisioni assunte".

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Eh sì, i tempi son proprio cambiati! Chi avrebbe mai immaginato che a soli otto mesi dalle elezioni politiche, i rettori delle Università italiane, categoria che si è spesa in modo encomiabile per portare voti al mulino prodiano (e chi frequenta gli atenei della nostra cara Italia lo sa benissimo), si sarebbero coalizzati in modo così granitico nel chiudere i portoni dei loro storici palazzi agli esponenti del Governo di sinistra-centro? Io no. Perché? Beh, in un certo senso ritenevo gli ermellini una casta, una corporazione pronta alla morte (Mameli dixit) per difendere le proprie convinzioni politiche, anche a costo di vedere piangere le casse degli atenei. Invece devo ricredermi. In primo luogo non posso che dirmi soddisfatto dell'atteggiamento assunto dal mio Magnifico, Vincenzo Milanesi (area Margherita), che per primo ha manifestato l'intenzione di mettere in pratica uno sciopero fiscale. Una bella iniziativa, non c'è che dire. Certo, fa specie che nel tanto dileggiato e screditato ministero-Moratti, mai si fosse giunti a tanto. Rendiamoci conto: qui è stata emessa una nota del CRUI (massimo organo dei rettori italiani) che invita esplicitamente a lasciar fuori dai saloni d'onore gli esponenti del Governo già pronti a presenziare alle varie inaugurazioni dell'anno accademico corrente ancora da fare. Senza precedenti. D'altronde,  la sequenza decreto Bersani-Finanziaria mette definitivamente in crisi il sistema degli atenei nostrani. E io di questo sono felice. Sarò masochista, me lo dicono in tanti, ma io godo nel vedere professori di scuola superiore e chiarissimi docenti universitari lamentarsi e sfilare contro questo esecutivo, che tanto loro hanno agognato. Ancora ricordo i tempi del liceo, quando giorno dopo giorno, ora dopo ora si levavano strali all'indirizzo della Moratti, "quella là che non ci paga neanche la carta igienica!". Probabilmente è una cosa che molti lettori della mia età (o giù di lì) avranno sentito ripetere dai loro superiori. Il senatore di AN, Valditara, ha oggi ricordato una dichiarazione della senatrice Acciarini, che nella scorsa legislatura disse "gli studenti dovranno portarsi anche i gessetti da casa". Bene, ha affermato Valditara, "ora con questa finanziaria possiamo sostenere con sicurazza che i ragazzi dovranno portarsi anche i banchi". E' amaro ridere di ciò, della condizione in cui versa la nostra istruzione. Sono problemi che si trascinano da anni, in cui il grosso della colpa sta, a mio modesto avviso, nei professori. Il loro esasperato sessantottinismo, la loro perenne voglia di rivoluzione hanno fatto male alla scuola; tanto male. Aizzare gli studenti alla disobbedienza, seppur civile, avallare occupazioni e scioperi ridicoli solo perché "il Ministro non dà i libri in comodato" è un disperato tentativo di restaurazione. La restaurazione di un tempo che non c'è più, e mai più ci sarà. L'epoca è diversa, gli studenti sono in gran parte viziati e ben poco hanno da conquistare. Forse sarebbe il caso, più che seguirli in manifestazioni no-global o in stile figli-dei-fiori, che nel XXI secolo poco c'azzeccano (come direbbe Tonino Di Pietro), aiutarli a cercare la strada migliore per il loro futuro. Ma questi docenti sono in grado ancora di fare ciò?

Pubblicato il 14/12/2006 alle 21.46 nella rubrica Diario.

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