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DUE IRAN, UN REGIME

Vorrei proporre a voi, cari lettori, un interessantissimo articolo pubblicato oggi da Il Foglio, a firma di Tatiana Boutourline. Parla di Iran, un tema che come saprete, sta molto a cuore al padre di questo blog.

Roma. Soltanto il ghigno luciferino di Mahmoud Ahmadinejad poteva restituire smalto all'immagine sbiadita dei riformatori iraniani. Ma è basato un anno e mezzo di esternazioni del nuovo presidente a far rimpiangere la retorica buonista dei paladini del "dialogo fra le civiltà". Riecco i riformatori risorti ai fasti delle cronache internazionali grazie alla provvida alleanza con il realpolitiker Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Stando ai titoli della stampa interanzionale, l'Iran sfugge al controllo dei falchi e torna a credere nei moderati. Tutto vero se non fosse che la moderazione andrebbe qualificata, perché troppo a lungo in Iran è bastato chiamarsi riformatori per essere annoverati come tali. La distinzione manichea conservatori-riformatori è una falsa categoria, utile a quanti ancora sperano in un'evoluzione democratica del regime. Purtroppo, al netto dei distinguo, le differenze sono più formali che sostanziali. Il mite presidente Mohammad Khatami inorridiva quando lo definivano il Gorbaciov iraniano e non ha perso occasione per tributare roboanti encomi alla leadership di Hezbollah. La Repubblica islamica è un sistema chiuso: alla base della piramide le clientele avvincono al regime gli insider, al vertice si sontrano i poteri forti. Contano le grandi famiglie clericali e gli investimeni economici. E non serve nemmeno invocare i brogli per definire le elezioni iraniane il termometro dei rapporti di forza interni all'establishment.
In questa gara hanno perso Ahmadinejad e il suo ambizioso mentore, Mesbah Yazdi, e vinto Rafsanjani, Khatami e l'ex capo della polizia, il conservatore Mohammed Bagher Ghalibaf, ma l'unico ad uscire trionfante dal responso elettorale non ha corso per una poltrona. Nella partita appena giocata a sbaragliare tutti gli avversari è stato l'arbitro. Lo descrivevano stanco, fiaccato dalla malattia e dall'irresistibile ascesa di Ahmadinejad, ma il trionfatore delle ultime elezioni è lui, l'"uomo senza qualità" Ali Khamenei. C'è la mano di questo burattinaio - povero di carisma, ma portato per le alchimie di palazzo - dietro l'esito dei duelli che hanno opposto l'anima pragmatica a quella oltranzista del regime. In Iran è in atto una lotta di classe che oppone la mullahcrazia plutocratica dei businessman "aghazadeh" (figli di mullah, ndr) ai nuovi potenti delle milizie paramilitari. L'ayatollah Khamenei ha rassicurato gli uni e arginato le ambizioni degli altri. Il risultato delle consultazioni ha premiato il principe della nomenclatura Hashemi Rafsanjani e la coalizione riformatrice. Il baricentro della politica nazionale è tornato nelle mani dei conservatori tradizionali, uomini di mondo, infastiditi dal nuovo corso di Ahmadinejad, tanto in campo internazionale quanto in tema di politiche economiche. Per garantire la continuità del regime Khamenei sa che gli equilibri tra i "grandi elettori" all'interno del sistema non possono essere stravolti. Il voto non è stato una manovra correttiva. Se nel '97 si risolse ad accettare Khatami, convinto che fosse un male minore, nel giugno 2005 si persuase che il partito del fucile andava premiato. Quest'anno il kingmaker si è battuto per la continuità. Il regime non cambia pelle. le vittorie non sono schiaccianti. Premiati e delusi avranno bisogno dell'investitura dell'ayatollah Khamenei.

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Tatiana Boutourline, "Il Foglio", martedì 19 dicembre

Pubblicato il 19/12/2006 alle 17.7 nella rubrica Diario.

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